Personale di scultura

Scoglio di Quarto - dal 9 al 26 Novembre 2010

COLLOQUIO DI FRANCESCO LUSSANA
CON GIORGIO BONOMI


F.L. Sono curioso di sapere come è nato il tuo interesse per l’arte contemporanea, dopo la laurea in filosofia.
G.B. I miei studi di filosofia erano concentrati sulla filosofia politica, infatti la mia tesi di laurea era sul pensiero di Antonio Gramsci e fu poi pubblicata dall’editore Feltrinelli (Partito e rivoluzione in Gramsci, 1973) e tradotta anche in spagnolo. Erano gli anni caratterizzati dal Sessantotto, dalle ideologie e dalle pratiche “rivoluzionarie”, che coinvolgevano tanti giovani, studenti ed operai, e che contribuirono a cambiare l’Italia. Certo da qui venivano pure quei maledetti “anni di piombo”, ma è un altro discorso.
Così, seguendo i dettami marxiani relativi all’unità di teoria e prassi, mi occupavo di teorie politiche, con studi e scritti, e insieme facevo politica, ad un certo punto, essendo mosso solo da ragioni ideali, vidi che la politica era solo un mezzo per acquisire potere e denaro, quindi me ne allontanai e, siamo alla metà degli anni Ottanta, mi dedicai totalmente e professionalmente all’arte contemporanea, disciplina che fin da giovanissimo seguivo per piacere.
Ho lavorato trentacinque anni in fabbrica. So che anche tu hai avuto, sebbene indirettamente, un rapporto con la fabbrica, con gli operai.
Certo, quando facevo politica si andava alle sei del mattino davanti ai cancelli delle fabbriche per distribuire i volantini, a parlare con i rappresentanti di quella classe che avrebbe “cambiato il mondo”, così avevo parecchi amici e “compagni” operai.
Sarà per queste mie esperienze, ma quando ho visto il tuo lavoro, mi sono affiorati, nel ricordo, tante idee e pensieri che avevo messo un po’ da parte: subito mi è venuto un paragone tra Walter Benjamin e Antonio Gramsci.
Nella storia, le grandi idee e le grandi pratiche sono quasi sempre state poi smentite dalla realtà fattuale. Penso alla teoria di Benjamin sull’aura e sulla “riproducibilità tecnica dell’opera d’arte”, la quale, ultima, avrebbe fatto perdere, al manufatto artistico, proprio quell’aura data dalla sua unicità. Abbiamo visto, subito dopo, come le grafi che e le fotografi e, stampate a numeri contenuti o elevati è lo stesso, dei “grandi” artisti non solo hanno conservato l’aura ma, addirittura, l’hanno accresciuta.
Così, se dall’estetica passiamo alla sociologia, vediamo che le tesi sul taylorismo-fordi. Allora, se l’artigiano mette parte di se stesso nel lavoro che crea, anche l’operaio, parcellizzato e fordizzato, pensa e capisce, o cerca di capire, quello che sta facendo, ricavandone maggiore o minore soddisfazione. Dice, sempre Gramsci: “[…] l’umanità e la spiritualità non possono non realizzarsi che nel mondo della produzione e del lavoro, nella ‘creazione’ produttiva; essa era massima nell’artigiano, nel ‘demiurgo’, quando la personalità del lavoratore si rifletteva tutta nell’oggetto creato, quando era ancora molto forte il legame tra arte e lavoro”. Vediamo, così, che già Gramsci, in queste note poi intitolate Americanismo e fordismo, metteva in dubbio gli effetti dei nuovi sistemi di produzione, pur analizzandone tutti i pericoli; come in tempi più recenti, quelli dell’operaio-massa, la massificazione certamente ha tolto molto all’uomo ma non ha annullato le capacità creative dell’operaio.
Tu sei la prova concreta dell’operaio che non ha fatto studi specifici d’arte, ma che riflette e pensa e quindi capisce quello che sta facendo e lo trova anche “bello”, cioè dai ad un oggetto, che potrebbe sembrare insignificante, valore di opera da collocare nelle collezioni, nelle gallerie, nei musei.
Come ben sai sono autodidatta e la mia ricerca artistica ha origine o, meglio, non sarebbe nemmeno iniziata se Duchamp non avesse esposto il suo famoso orinatoio dando vita al movimento Dada e ai suoi ready- made.
Spesso ho l’impressione di essere un pesce fuor d’acqua: in poche parole, come si può collocare la mia arte tecnologica in un movimento artistico. Ci sono artisti vicini al mio lavoro con i quali confrontarmi ?

Certamente la poetica del “prelevamento” di un oggetto dalla realtà data e la trasformazione di questo in opera d’arte solo perché così stabilisce l’artista, e il sistema dell’arte, con la nuova collocazione, è l’innovazione più alta nella storia dell’arte, e non solo del Novecento.
Duchamp porta al grado zero il concetto di manualità e di creatività materiale nell’arte (anche se era un ottimo pittore): dopo di lui ci sono stati molti suoi “discepoli”, questi a loro volta possono essere differenziati tra i “nipotini scemi”, cioè semplici imitatori che prendono cose e le portano in galleria, e “allievi geniali” che, nel prelevamento, aggiungono idee loro proprie.
Tu, per un verso, appartieni a questa seconda schiera e, per un altro, presenti un lavoro unico ed originale. Mi spiego: a Duchamp interessava poco il valore estetico o simbolico dell’oggetto prescelto come opera, bello o brutto che fosse, tu invece prelevi dalla fabbrica oggetti di scarto, residui di lavorazione che hanno in sé un profondo significato e un aspetto in cui l’eleganza e la bellezza sono evidenti. Per questo sono convinto che il tuo lavoro – che, appunto, dal lavoro va all’arte – abbia un’originalità individuale.
Tu lavori con il gusto dell’occhio e la riflessione del cervello: la percezione visiva ti fa scegliere la “bellezza” di un pezzo, nello stesso tempo “pensi” che possa diventare una tua opera, e tale diventa, proprio per i concetti (storici, culturali, sociali, filosofici e poetici) in esso contenutismo che avrebbero ridotto l’operaio ad un “gorilla ammaestrato” si sono dimostrate fallaci, e già Gramsci, nel chiuso del carcere, notava che “[…] l’operaio rimane uomo e persino, durante il lavoro, pensa di più o per lo meno ha molte maggiori possibilità di pensare”.

 

 

 
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